di Maria Angela Robustelli
Una rubrica di costume passo dopo passo, al ritmo dei miei tacchi sull’asfalto per le strade della mia città, facendo caso al tempo che passa, ai sentimenti e alle storie della gente che incontro, mentre nel frattempo, cerco di non arrivare in ritardo.
C’è un luogo magico e segreto nel cuore del centro storico. Un posto che si palesa come la rowlinghiana stanza delle necessità. Quando un venditore ambulante ha bisogno di ricoverare la sua bancarella a fine giornata, o uno studente fuori sede in una pausa dallo studio, vuole scaldarsi qualcosa da mangiare nel microonde della cucina comune, o un gruppo di artisti in difficoltà ha bisogno di uno spazio per provare le sue prodezze. E noi, un gruppo di artisti nostro malgrado lo eravamo, in difficoltà direi senza dubbio, in quanto alle prodezze, non avevo ancora chiaro che cosa potesse diventare lo spettacolo, quello che sapevo era che quell’abbandono d’amore che avevo parato a malapena, doveva tornare indietro come un astro infuocato di luce di teatro.
Camminando nella fiumana di gente, tra gli odori di fritto e incenso in via Benedetto Croce, nel vicolo all’angolo a destra, poco prima di Piazza San Domenico, arrivata in una come mai silenziosa via San Giovanni Maggiore Pignatelli, Silvia, artista di strada e danzatrice popolare mi disse «Aillà n’aie, ‘a porta ‘e Santa Fede!».
Varcato l’enorme portone ligneo dell’ingresso segnato dai secoli, sul grande chiostro circondato da un colonnato ad archi del Cinquecento, si posava lo sguardo fantasma dei tre piani di appartamenti abbandonati da dopo il terremoto, che dai balconi senza infissi, come tanti occhi ci guardavano dall’alto. In giro, delle tracce delle persone che quotidianamente lo attraversavano, compagni di lotte politiche, operatori sociali, curatori della radio e della biblioteca al suo interno, qualcuno che cercava compagnia perché lasciato solo dalla famiglia e dalla società, qualcun altro semplicemente di passaggio in quel luogo, che seppur mi sembrò essere così vivo dal primo istante in cui ci misi piede, conservava un silenzio misterioso, una voce spettrale sopita che poteva dire resta o vattene. Il gruppo direttivo di cittadini, attivisti e abitanti del quartiere, che dal 2014 aveva occupato quello spazio per sottrarlo al degrado e restituirlo alla città – un oratorio dal XVI secolo, carcere femminile di correzione psichiatrica dalla metà del Settecento fino al 1872, poi un ritiro per 150 famiglie sfollate nel dopoguerra, fino ad essere riaperto e messo in sicurezza nel 1992 ma lasciato inutilizzato – ci fece subito sentire a casa, offrendoci ospitalità per lavorare al nostro progetto.
E fu così, che giorno dopo giorno, settimana dopo settimana di lavoro, entrando da sola in Sala Fonzo, in anticipo prima degli altri attori per la prova, salutavo quella stanza vuota con rispetto e devozione sentendomi la benvenuta, fino a un pomeriggio di maggio, quando dopo aver ripetuto il solito rito magico di saluto da sola, mi sentii chiedere alle spalle «’O vuò ‘o cafè?». Raggelata ma con dignitosa disinvoltura mi voltai.
Davanti a me, un ragazzo bassino con la barba e il corpo di donna, una voce profonda ma rassicurante. Con un sorriso accettai il caffè quel pomeriggio e anche tutti i pomeriggi a seguire. Valerio seguì tutto l’allestimento dei Giganti della montagna dall’angolo in fondo della sala, un po’ in disparte ma con grande coinvolgimento. Mi raccontò che da quando aveva intrapreso la sua transizione aveva incontrato tante difficoltà burocratiche per ottenere il suo codice fiscale e riappropriarsi del suo conto corrente, a causa dell’inefficienza e del pregiudizio delle istituzioni ma che in linea di massima, da due anni, era finalmente un uomo libero, felice e senza più paure. Tranne una, il pap test.
8 marzo 2026
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